PLUMPYNUT: IL NUTRIENTE CHE COMBATTE LA DENUTRIZIONE

“Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; […]”. Questo è quanto recita la prima parte del comma I dell’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che riconosce e garantisce a tutti gli esseri umani i diritti fondamentali della persona, tra cui, per l’appunto, il diritto all’alimentazione.

Sono tuttavia quotidiane le notizie relative ai problemi di malnutrizione che affliggono le popolazioni dei Paesi più poveri del mondo, come la Siria e diversi Paesi del continente africano. In occasione della Seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione tenutasi a Dicembre 2014 organizzata congiuntamente dalla FAO e dall’OMS (rispettivamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura e l’Organizzazione Mondiale per la Sanità), sono state individuate le principali cause della malnutrizione nel mondo. Prima fra tutte, la situazione economica dei paesi cosiddetti “sottosviluppati”, seguita poi dalle condizioni climatiche di determinati Paesi che impediscono loro di contare su una dieta quantitativamente e qualitativamente variegata, oltre alle situazioni socio politiche di molti Stati che, se colpiti da guerre e scontri tra civili, vedono l’accesso al cibo come un miracolo piuttosto che come un bisogno fisiologico quotidiano.

In periodi come quello attuale in cui la situazione politica internazionale è particolarmente tesa, un ruolo fondamentale è svolto dalle Organizzazioni Non Governative (ONG) che si assumono il compito di trovare i fondi necessari a garantire assistenza a quelle popolazioni i cui Governi molto spesso non sono in grado di assicurare loro la tutela dei bisogni primari.

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In caso di denutrizione, in via assolutamente emergenziale, le principali organizzazioni internazionali, tra cui UNICEF e Medici Senza Frontiere, forniscono i cosiddetti Ready-to-use Therapeutic Foods (RUTF), tra cui il PlumpyNut, un composto di farina di arachidi, zucchero, grassi vegetali, latte in polvere, sali minerali e vitamine. Una confezione di PlumpyNut pesa normalmente 92 grammi e contiene circa 500 calorie: è molto utile per i casi di sottopeso più gravi e viene normalmente somministrato ai bambini. Questo prodotto non ha bisogno di essere diluito con l’acqua (cosa che invece è necessaria per altri nutrienti, come ad esempio il latte in polvere), aspetto importantissimo soprattutto se si considera il fatto che viene dato alle popolazioni che molto spesso vivono in condizioni igienico-sanitarie non adeguate e in cui non vi è acqua potabile. Inoltre non è richiesta nessuna preparazione particolare, né temperature o personale specifico. Nei primi tre giorni di terapia si somministrano dalle 2 alle 8 confezioni di PlumpyNut, andando poi a ridurre progressivamente la dose e accompagnandola con altri alimenti.

Secondo i dati forniti da UNICEF, il prezzo medio per una confezione contenente 150 panetti da 92 gr ciascuno si aggira tra i 41$ e 53$, con un prezzo medio per panetto che oscilla tra 0,27$ e 0,35$. Il brevetto del PlumpyNut appartiene all’azienda francese Nutriset e viene prodotto da aziende in frinchising in Etiopia, Burkina Faso, Haiti, Malawi, Sudan, Madagascar, Niger, Kenya, India e USA. Osservando i dati forniti da UNICEF, si può vedere come dal 2003 al 2016 il prezzo medio per confezione sia sceso di poche unità di dollari. Al contempo, si è osservata una domanda crescente di “cibo terapeutico”: in particolare, dal 2009 al 2013 la domanda è aumentata progressivamente, scendendo drasticamente nel 2014 e aumentando di nuovo l’anno successivo. I Paesi con la maggior domanda di PlumpyNut sono i Paesi africani, seguiti poi dall’Asia e dall’America Latina.

I destinatari del PlumpyNut molto spesso risiedono in aree rurali, dove gli aiuti umanitari faticano ad arrivare a causa delle reti di comunicazione poco sviluppate. Per questo motivo, normalmente viene distribuito da piccoli negozi e farmacie, anche se la stragrande maggioranza delle confezioni giunge alle popolazioni colpite da malnutrizione grazie ad iniziative locali (cooperative, gruppi di donne), nonché dalle organizzazioni internazionali (UNICEF o Medici Senza Frontiere).pn2

La gestione della tempistica, nelle situazioni di emergenza, è vitale: Nutriset cerca di ridurre il tempo del processo al minimo indispensabile, tanto che, in molti casi, tra il ricevimento dell’ordine e la spedizione passa un solo giorno. Collaborando ormai da molti anni con le organizzazioni internazionali, Nutriset organizza settimanalmente dei meeting di pianificazione del lavoro circa i volumi di produzione, l’acquisto di materie prime oppure lo stock di prodotti finiti, così da poter rispondere immediatamente a qualunque variazione di domanda. In particolare, per far fronte alle emergenze, il sistema di Nutriset può superare la normale capacità produttiva, arrivando a raddoppiarla. La sua produttività può aumentare, in casi particolari, fino a 200 tonnellate in pochi giorni, e a produrre circa 70.000 tonnellate di RUTF all’anno.

Dal 2005 Nutriset è impegnata in PumplyField, una “rete per l’autonomia nutrizionale, con l’obiettivo di facilitare l’accesso e la disponibilità di prodotti ad alto valore nutrizionale per le popolazioni a rischio malnutrizione” (http://www.nutriset.fr/en/plumpyfield/network-for-nutritional-autonomy.html). La delocalizzazione delle funzioni produttive di Nutriset ha innanzitutto il vantaggio di spostare parte della produzione e dunque dello stock di prodotti finiti laddove ce n’è domanda, così da gestire in modo molto più efficiente la funzione logistica. Inoltre, grazie all’installazione di sistemi produttivi autoctoni, Nutriset dà la possibilità alle popolazioni in via di sviluppo di creare forme di imprenditorialità così da sviluppare e incrementare le economie locali. Da parte sua, l’azienda francese si impegna a favorire lo sviluppo delle competenze delle popolazioni in cui delocalizza, attraverso il trasferimento del know-how e delle competenze tecnico-scientifiche relative sia al processo produttivo che ai prodotti finali. Attualmente la rete è composta da 9 aziende situate in 4 continenti diversi, con circa 650 dipendenti.

Raffaella Elisa Abate

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