Romagna Mia!

Una delle cose che più amo fare scrivendo un articolo è raccontare un po’ di me stessa alle persone che ci leggono, facendo trasparire i miei interessi e le mie passioni. Con questo articolo voglio dunque raccontarvi della mia terra, la Romagna, ed  in particolare della cucina romagnola che, da bravi appassionati di cibo, non può certo essere trascurata.

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E’ il 2014 quando David Rosengarten, giornalista della prestigiosa rivista mensile americana Forbes, incorona la cucina romagnola come la migliore al mondo.  Condivisibile o meno che sia tale giudizio – certamente, da brava romagnola, potrei risultare di parte – passione per la tradizione e qualità delle materie prime fanno di tale cucina un’eccellenza.  Per questo motivo ritengo doveroso, e senza dubbio interessante, compiere un passo indietro per comprenderne meglio l’origine.

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La cucina romagnola è una cucina legata alla tradizione, dal temperamento deciso tanto nel quotidiano quanto a tavola.  Si tratta di una cucina prevalentemente contadina, legata alla terra e ad una concezione di famiglia patriarcale. Il capofamiglia era responsabile dell’attività produttiva e a lui seguiva, per importanza, l’”Azdora”,  cuore pulsante e vero perno della casa. Si trattava di una figura dal carattere senza dubbio forte, devota alla fatica e all’obbedienza.

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L’Azdora compieva un tirocinio nella casa del marito sotto la guida della suocera, di cui avrebbe preso il posto nella gestione domestica una volta dimostrate le proprie abilità. La vita condotta da queste donne era una vita dura, scandita da innumerevoli responsabilità e quotidiano lavoro. La fortuna di una famiglia dipendeva spesso da tale figura, dalle sue capacità di governare la casa e di garantire pranzo e cena. L’attività culinaria non si limitava esclusivamente al servire i pasti, ma comprendeva anche la realizzazione delle preparazioni necessarie alla conservazione dei cibi per i periodi invernali o di carestia.

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La cucina romagnola non è una cucina amante di preparazioni eccessivamente elaborate e pretenziose. Si basa su un complesso di saperi popolari di cui ancora oggi si conserva l’autenticità. Il più antico dei saperi è la “cultura delle insalate”, ossia delle piante commestibili, tanto coltivate quanto spontanee. Passiamo poi alla cultura della sfoglia “fatta in casa”, la cosiddetta “spoja”, rigorosamente di farina di grano e uova fresche che veniva e tutt’ora viene lavorata sul tagliere con il mattarello (per intenderci, non c’è Domenica che si rispetti senza una buona sfoglia preparata dalla nonna per il pranzo familiare!). Dalla sfoglia, più o meno sottile, si possono ricavare tagliatelle, tagliolini,  garganelli di Ravenna nonché le paste ripiene come i cappelletti ed i ravioli di spinaci o ricotta. Tra i primi piatti tipici della cucina romagnola (definiti “minestre”, in brodo – “mnestra int e’ brod” o asciutte-“mnestra sòta”) abbiamo:

  • Cappelletti;
  • Garganelli;
  • Gnocchi;
  • Passatelli in brodo o asciutti ( i miei preferiti, chiedere alla nonna per credere!);
  • Tagliatelle;

Sempre legata alla cultura della sfoglia non si può non citare la rinomata piadina romagnola (“piada” o “pjida”), una schiacciata composta di farina di grano, acqua, sale e strutto di maiale tirata a mattarello e cotta su una teglia di terracotta. Il risultato finale è un soffice disco dorato il cui spessore varia a seconda della zona di provenienza (più sottile e stesa da Cesenatico verso Rimini e più spessa nelle zone di Ravenna e Faenza) che viene poi farcito con salumi nostrani, formaggi (tra i preferiti è lo squacquerone), il tutto accompagnato da  un buon Sangiovese di Romagna.

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Per concludere in bellezza e non lasciando nulla al caso, lo stesso Pellegrino Artusi (1820-1911) autore de  “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” – il libro più letto della cucina italiana nonché l’opera che ha rappresentato uno spartiacque nella cultura gastronomica del tempo dando dignità e valorizzando il mosaico di tradizioni culinarie regionali – era romagnolo di nascita, più precisamente di Forlimpopoli.

Giunti a questo punto credo sia arrivato per me il momento di concludere l’articolo: la distanza da casa (nonché dalle Nonne o, perché no, azdore!) e la sola vista di così tante meraviglie stanno facendo salire l’acquolina alla bocca! Tornerò presto dalla mia Romagna, dove passato e presente si fondono a tavola celebrando tradizione ed autenticità.

Federica Benelli

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