TTIP: benefici e rischi per il nostro settore agroalimentare

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Il TTIP, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, è uno dei temi più caldi dell’ultimo periodo. Tutti sembrano averne paura e per questo è spesso condannato dall’opinione pubblica. Uno dei punti chiave su cui si concentra la discussione è la qualità del cibo europeo, che secondo molti potrebbe venire pesantemente compromessa dal trattato.

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Ma facciamo un passo indietro. Che cos’è precisamente il TTIP e perché lo si teme? Nel sito della Commissione Europea si legge che il TTIP è un accordo tra l’Europa e gli Stati Uniti atto a creare una situazione di libero scambio tra i due. Niente più dazi, niente più confini commerciali tra Europa e Usa, e quindi aumento del Pil europeo calcolato tra lo 0,5% e il 4%, più posti di lavoro, più esportazioni (si calcola il 28%). Secondo i sostenitori dell’accordo, quest’ultimo permetterebbe ai due continenti di trovare finalmente una via verso la ripresa economica. Con l’eliminazione degli ostacoli al commercio si consentirebbe ai produttori di incrementare le vendite e ciò porterebbe a una crescita generale.

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Questi sono i pro della trattativa, ma tutto ciò rischia di avere un costo elevato. Insieme alle barriere tariffarie salterà anche una parte del sistema di tutele europee, leggi, controlli e standard minimi richiesti per la circolazione dei prodotti. Una misura che potrebbe avere ripercussioni enormi innanzitutto sul settore agroalimentare. Tutti i negoziatori europei al momento lo negano, ma il TTIP potrebbe spalancare le porte a carni trattate con ormoni e antibiotici, latte arricchito e produzioni con organismi geneticamente modificati, mentre le normative fitosanitarie statunitensi vietano l’importazione delle mele europee e di molti formaggi europei (sono vietati i formaggi fatti con latte crudo) per questioni legate alla differente legislazione in materia di sicurezza alimentare. Quali sono quindi i dubbi legati al TTIP? Innanzitutto la normativa europea offre tutele maggiori sull’uso di pesticidi, l’obbligo di etichettatura del cibo e la protezione dei brevetti farmaceutici. Inoltre vi è una diversa struttura normativa in materia di sicurezza alimentare applicata nel Vecchio e nel Nuovo continente.  Ad esempio, in alcuni Stati del Nord America è obbligatorio arricchire la pasta con vitamine, ci sono limiti nella vendita di carne e prodotti derivati e l’olio d’oliva deve essere privo di residui del pesticida “clorpirifos etile”, che invece è consentito in Europa.

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Negli Stati Uniti i controlli su una serie di prodotti alimentari sono effettuati soltanto a valle della filiera produttiva. La valutazione della nocività è poi a carico del consumatore, non del produttore, quindi non ci sono verifiche intermedie sui modi di produzione del cibo che arriva nel piatto e, se non danneggia immediatamente l’organismo, è considerato vendibile. In caso di problemi, sarà il consumatore a dover dimostrare, passati venti anni, che quell’alimento è dannoso. Nel frattempo il produttore può venderlo indisturbato, com’è successo con la carne agli ormoni. Contrariamente a quanto accade negli Stati Uniti, in Europa vige il principio di precauzionese esiste il sospetto che un alimento possa essere dannoso sta al produttore rimuoverlo immediatamente dal mercato. L’autorizzazione al commercio di un prodotto, dunque, avviene dopo una valutazione dei rischi sulla salute dei consumatori. 

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Infine, la disputa più grave verte sugli OGM, molto più tollerati e usati negli Stati Uniti rispetto all’Europa. Finora sono stati autorizzati 52 prodotti alimentari OGM nell’UE , per lo più si tratta di mais, cotone, soia e colza, usati sia per l’alimentazione umana che animale. Nonostante ciò, non rientreranno nei negoziati le leggi sugli OGM. Questa è forse una delle tante contraddizioni che l’Europa dovrebbe affrontare prima di condannare il trattato. Tra le molte opinioni a favore e contrarie, quello che è chiaro è soltanto che un accordo del genere non può essere valutato solo in termini d’impatto economico, ma soprattutto bisogna focalizzarci sulla tutela del benessere generale.

Sara Nardoni

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