Ciak, Si Mangia!

Si, lo so cosa starete pensando, classica carrellata di film incentrati sul cibo stile Buzzfeed, conclusione con occhioni, sorrisone e elogio sull’interpretazione di quel gran bravo attore quale è Bradley Cooper nella sua ultima fatica e tutti felici e contenti.

No, per Vanity Fair sempre dritto, alla seconda girate a destra. Vorrei invece riflettere su questo: cercate di portare la vostra mente a qualche anno fa. Oltrepassate i chili di troppo, i capelli del colore sbagliato e la mamma che vi ordina di rientrare non più tardi di mezzanotte e fermatevi davanti al grande schermo. Per chi non lo sapesse è tutto vero, c’è stato un periodo in cui questo mondo non è stato bombardato dall’argomento “food”, e in cui i chili di troppo erano semplicemente determinati dalle nonne e dal loro tormentone “Maaaaaaangia!” [ndr, nota della nonna del redattore].

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Come mai i registi hanno sempre riservato anche solo una scena a un pranzo, alla preparazione di una torta o ad un semplice caffè? Insomma, fino a che punto arriva la mera descrizione di una scena quotidiana e quando entra in gioco la poesia di un piatto di spaghetti pomodoro e basilico?

Ecco per voi alcune scene cinematografiche, famose e meno, che, personalmente, mi hanno fatto riflettere sul connubio tra l’arte culinaria e la settima arte.

“LADRI DI BICICLETTE”

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In un’Italia da poco uscita dalla tragedia della II Guerra Mondiale, l’occhio di Vittorio De Sica ci guida accanto alla storia straziante di un padre che cerca in tutti i modi di recuperare la bicicletta che gli è stata rubata, insieme al figlio Bruno, spettatore e al tempo stesso vittima di un mondo che a fatica riesce a rialzarsi da una decadenza morale, sociale ed economica. È indubbiamente famosissima la scena della mozzarella in carrozza. Padre e figlio, stremati dalla ricerca della bicicletta senza alcun successo, decidono di pranzare in una tipica trattoria romana. Qui il piccolo Bruno vede un bambino, chiaramente appartenente ad una classe sociale più abbiente, mangiare, in un tavolo vicino, una mozzarella in carrozza con forchetta e coltello, antipasto di un ben più ricco pranzo. I due protagonisti decidono anch’essi di ordinarla: Bruno tenta di mangiarla con le posate ma, dopo qualche difficoltà, abbandona l’impresa e come ogni bambino la mangia con le mani facendo filare la mozzarella. Sconsolati nel vedere che il tavolo affianco si sta deliziando con numerose portate che loro non potranno mai permettersi, i due finiscono la mozzarella sotto le note di un’allegra musica napoletana.

Il film è una delle colonne portanti del neorealismo, corrente cinematografica che presupponeva la rappresentazione di una realtà meno “fittizia” quale era quella dei “telefoni bianchi” (corrente cinematografica sviluppatasi negli anni del regime fascista), e più “reale”: scene di vita quotidiana, attori non professionisti, dovevano finalmente raccontare la situazione dell’Italia di quegli anni. E cosa c’è di più reale e quotidiano di un pranzo?

“MISERIA E NOBILTA'”

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Una delle commedie più famose che vede come protagonista il grande Totò, per la regia di Mario Mattoli, la storia narra le avventure (e disavventure) di due famiglie che, in gravi difficoltà economiche, sono costrette a vivere sotto lo stesso tetto. Non avendo nemmeno i soldi per mangiare tutti i giorni, agli sventurati si presenta casualmente la possibilità di fingersi per un giorno nobili e poter pranzare a casa di un famoso cuoco. Ed è proprio il cibo a fare da fil rouge all’interno della commedia: dalla famosa scena della lista della spesa, a quella in cui a casa dei protagonisti viene recapitato un pranzo con i controfiocchi che sfocia in una sorta di tarantella culinaria con il grande Totò che, in modo quasi blasfemico, mette in saccoccia gli spaghetti dalla gioia. Il cibo è prima di tutto visto in sé e per sé, come qualcosa di necessario all’uomo per la sua stessa sopravvivenza.

Qualche minuto dopo però il regista amplia la sua visione e ci porta a casa di Don Gaetano che,seppur molto ricco, manca del tanto agognato titolo nobiliare. Quando finalmente gli si presenta l’occasione di ricevere in casa sua dei nobili chiede, con grande timore e riverenza, se i signori gli avessero fatto l’onore di fermarsi per pranzo. Il pranzo viene in questo caso percepito non più come “bene primario” ma come “bene dignitario” attraverso cui poter entrare in una classe sociale esclusiva. Ed è proprio attorno alla tavola che ci accorgiamo che siamo tutti uguali, ognuno con i propri desideri, i propri istinti ma tutti desiderosi di respirare a pieni polmoni lo spirito dello stare insieme. Le vere differenze stanno fuori dalla tavola, ad esempio, la signorina del piano di sotto che“magari non ho fame né, ma è tanta l’abitudine che devo mangiare lo stesso” e la povera Pupella alpiano di sopra che non mangia da giorni.

“IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE”

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Diciamocelo, tutte le ragazze almeno una volta nella vita si sono sentite Amelie Poulain. Prendete due occhioni grandi e una frangetta sbarazzina, aggiungeteci il desiderio quasi titanico di far funzionare le vite degli altri, fate sbollentare così da eliminare il coraggio di far funzionare la propria, di vita. Condite con un pizzico di atmosfera surreale, a tratti fiabesca, ed ecco a voi servita questa deliziosa commedia francese diventata un must tra tutti i cinefili. Nei primi minuti del film una voce fuori campo cerca di descrivere per sommi capi la complessa personalità di Amelie che, tra le tante cose, “coltiva un gusto particolare per i piccoli piaceri: tuffare la mano in un sacco di legumi; rompere la crosta della creme brulée con la punta del cucchiaino”. La vita di Amelie non spicca certo per particolari eventi, la definiremmo quasi piatta, ma in questo “piattume” la timida ragazza riesce comunque ad apprezzare le cose più piccole e semplici, a cui molto spesso noi tutti non prestiamo attenzione. Un po’ come se ci venisse inviato un monito che forse, qualche volta, sarebbe il caso di prenderci qualche minuto per renderci conto che il sapore delle cose sta anche laddove mai ci aspetteremmo di trovarlo. Basterebbe solo un cucchiaino di metallo.

“LA FINESTRA DI FRONTE”

Uno dei film più toccanti di Ferzan Ozpetek, racconta due vicende destinate ad incrociarsi. Da una parte Giovanna, giovane donna che conduce una vita tranquilla divisa tra marito, due figli e il lavoro, ma che quotidianamente osserva incuriosita Lorenzo dalla “finestra di fronte”. Dall’altra vediamo Simone (o Davide?), anziano signore che viene trovato da Giovanna in totale stato confusionale e che nasconde un segreto straziante. È proprio grazie all’incontro con l’uomo che Giovanna cambia il modo di percepire se stessa, la sua vita e i suoi affetti. Come solo Ozpetek è in grado di fare, la carica emotiva è forte lungo tutta la durata del film. C’è un momento, però, in cui lo spettatore prende una boccata di ossigeno: Giovanna e Davide si trovano per cucinare insieme delle torte. È proprio grazie a questa occasione che i due si conoscono veramente: scopriamo infatti che Simone in realtà si chiama Davide, e Giovanna arriva a scoprire se stessa, ciò che realmente la appassiona e ciò che realmente vuole dalla vita. La protagonista vorrebbe inseguire il grande amore, vorrebbe abbandonare il posto nella polleria industriale dove lavora e trovare un impiego come pasticcera. Riuscirà Giovanna a smettere di guardare dalla finestra e prendere in mano la sua vita?

“GENERAZIONE MILLE EURO”

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La commedia diretta da Massimo Venier segue le avventure di Matteo, trentenne laureato in matematica che per potersi mantenere è costretto a lavorare nell’ufficio marketing di una multinazionale, lavoro che a lui non piace e che lo rende costantemente infelice. Il film presenta una visione dei trentenni dei nostri giorni, costretti a sopravvivere con 1000 euro al mese, se non meno, molto spesso con lavori squalificanti o comunque non in linea con il percorso di studi affrontato. A circa metà del film Matteo e la sua coinquilina Beatrice si trovano da soli per cena. Il nostro protagonista ha delle preferenze (penne rigate col tonno), che deve però riporre a causa della disponibilità della dispensa (penne lisce e ricotta). Quando i due si mettono a tavola per mangiare ascoltiamo il pensiero, ironico ma con una evidente vena malinconica, di un trentenne qualsiasi rispetto a quello che la società stessa gli chiede: non importa quale sia la tua preferenza o il tuo desiderio, perché ci sono pochissime probabilità che questo si verifichi. Devi prendere quello che c’è, nonostante non ti piaccia o non faccia per te e soprattutto pensare che sia la cosa più bella del mondo. “Penne lisce con la ricotta? Il mio piatto preferito!”. Si sarà davvero accontentato il nostro Matteo?

“MANGIA, PREGA, AMA”

Mangia Prega Ama

Tratto dall’omonimo romanzo, la storia è un’autobiografia della scrittrice Elizabeth Gilbert che, dopo il fallimento del suo matrimonio e di una relazione con un uomo più giovane di lei, decide di prendersi un anno di riposo e fare un viaggio visitando Roma, India e Indonesia, per riscoprire se stessa e per poter trovare qualcosa di cui finalmente meravigliarsi. La prima tappa del viaggio è proprio l’Italia, simbolo della bellezza, estetica, della “dolce vita”, e dell’ottima cucina. Ed è proprio questo il punto di partenza del viaggio spirituale della nostra Liz: senza l’attenzione verso le cose belle come l’arte, la cultura, la conoscenza e il cibo è davvero difficile acquisire quella serenità tale da poter intraprendere un percorso spirituale e, soprattutto, poter riscoprire la bellezza di amare e farsi amare da un’altra persona. La cura del sé – non inteso nel senso dei canoni estetici che ci vengono costantemente imposta, ma come cura delle proprie passioni – sono alla base delle relazioni con l’altro. Come quindi non includere anche la buona cucina? Mangiare bene, mangiare cose buone, insieme a persone piacevoli è il presupposto per condurre una vita serena e piena di gioia. E anche se questo comporta qualche chilo di troppo non vi preoccupate, c’è sempre un Javier Bardem alla fine ad attendervi!

Raffaella Abate

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