Quale futuro per il consumatore?

I prodotti alimentari sono sempre più oggetto di sofisticazioni, falsificazioni ed imbrogli da parte di soggetti privi di scrupoli alla ricerca di facili guadagni: dalla falsa identità merceologica, alla mistificazione dell’azienda, all’ingannevole identità geografica o, più semplicemente, alla contraffazione delle scadenze.

Infatti, diversi sono stati, in passato, i prodotti ritirati dal mercato dai colossi Coop; Esselunga; Auchan; Simply; Iper; Sisa; Conad; Crai in quanto alcuni articoli venduti erano soggetti ai rischi legati alla sicurezza alimentare.

Le principali problematiche che possono scaturire dall’acquisto di tali prodotti alimentari sono dovute all’assenza o all’omissione di informazioni sull’etichetta del prodotto acquistato, nonché danni provocati alla salute del consumatore, che dovrebbero perciò comportare un risarcimento del consumatore stesso.

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Per rendere più efficaci i controlli in campo alimentare è nato, recentemente, Metrofood, un network europeo che permette la misurazione dei cibi in merito alla sicurezza alimentare ed alla loro tracciabilità, per contrastare le contraffazioni e le sofisticazioni. Metrofood è la nuova infrastruttura di ricerca europea a guida italiana che vede la partecipazione delle maggiori istituzioni di 15 Paesi impegnate nel campo della sicurezza alimentare, coordinata dal Centro Ricerche Casaccia dell’ENEA, di cui fanno parte istituzioni e organismi di ricerca della Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Moldova, Austria, Macedonia, Grecia, fino alla Turchia; nonché organizzazioni internazionali fra cui la Fao.

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Metrofood è destinato a tutte quelle imprese, consumatori ed istituzioni che hanno l’obiettivo di combattere le contraffazioni alimentari, promuovendo la sicurezza alimentare, la ricerca scientifica e l’innovazione di prodotto e di processo.

I 10 cibi “avvelenati” che si consiglia di evitare di comprare sono il Peperoncino dal Vietnam (61,5%); Melograno dalla Turchia (40,5%); Frutto della passione dalla Colombia (25,0%); Lenticchie dalla Turchia (24,3%); Arance dall’Uruguay (19,0%); Ananas dal Ghana (15,6%); Foglie di tè dalla Cina (15,1%); Riso dall’India (12,9%); Fagioli dal Kenya (10,8%); Cachi da Israele (10,7%).

Il filosofo Feuerbach asseriva in tempi lontani: “Noi siamo quello che mangiamo” e tale frase sembra tanto più vera oggi, come in passato. Infatti il cibo influenza non solo il fisico ma anche la nostra coscienza e il nostro modo di pensare. Un individuo può essere riconosciuto non solo da quello che mangia, ma anche da come lo mangia; vi sono cibi che ci fanno “ammalare” e cibi che “guariscono”.

Il cibo ha sempre rappresentato le tradizioni e l’identità dei vari popoli: la propria storia, cultura, lingua e religione. Il cibo deve essere usato, quindi, come linguaggio interculturale che ci aiuta a vivere con culture diverse dalla nostra e, il momento del pasto, deve e può essere un momento che accumuna gente, un modo per integrarsi con le varie etnie.

L’alimentazione infatti, deve essere intesa come condizione “globale di salute”, intesa non solo come salute corporea, ma che si allarga anche ad aspetti sociali e finanziari.

 

Cristina Noro

 

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