Vegano, dunque sano..?

A volte scaturisce da ammirevoli ideali di rispetto per l’ambiente o dalla ferma convinzione che una succulenta fiorentina generi solo cattive conseguenze; in altri casi la molla scatenante è il rifiuto delle cruente modalità di allevamento intensivo di animali  oppure la futile percezione che l’”essere veg” ti getti addosso una luce innovativa. Stiamo parlando del veganismo, concetto che, per affinità o contrasto, è ormai prepotentemente entrato nella vita alimentare dell’uomo moderno.

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Indipendentemente dal suo fattore scatenante, il vegan-style negli ultimi tempi ha assunto una connotazione di epidemia dilagante fra uomini e donne folgorati da questa nuova filosofia che, prevalga il salutismo, l’animalismo o il fattore moda, sta influenzando lo stile di vita di un’ampia fetta di società.

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Protagonisti di innumerevoli dibattiti su ogni forma di media, vegetariani, vegani, crudisti e fruttariani si alternano a rivendicare la loro nuova verità, contro il mondo “malato” che ancora non ne comprende l’essenza quasi “religiosa”…

A onor del vero, fra i più accaniti sostenitori si afferma che “non è una religione, non un voto sacro ma una mera scelta di vita”. La parola “scelta”, del resto, evidenzia un ruolo primario del libero arbitrio, a decretare e legittimare ogni forma di decisione personale, del tutto soggettiva e, appunto, libera. Resta inteso che tale libertà non dovrebbe interferire con la libertà di chi, per una scelta altrettanto libera e arbitraria, decide che il vegan-style non fa per lui.

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Sì però…. Non sempre è così. L’incalzante successo dell’esercito vegano, coadiuvato da un mercato sorprendentemente veloce nell’attrezzarsi a far fronte alle nuove, rigorosissime esigenze, sembra dimenticare il punto di vista altrui e sta pericolosamente assumendo i connotati “aggressivi” e intolleranti che in altri tempi portavano gli animalisti a lanciare pomodori e uova addosso ad abbienti signore impellicciate…

Per intenderci, assaporare una bistecca sentendosi dire che stai mangiando un cadavere significa subire una sorta di “invasione di campo” assai poco piacevole. Idem se un tuo commensale ti ricorda ad ogni boccone che quello che stai cercando di gustare sta uccidendo esseri innocenti, distruggendo il pianeta e, dettaglio non trascurabile, ti sta immettendo in una strada senza ritorno verso il cancro!

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Scherzi a parte, nessuno minimizza i rischi di un’alimentazione scorretta sulla salute. L’eccesso di carne è chiaramente attestato dai recenti dati stilati dal Fao, che ci ricordano che il consumo annuale pro capite di carne in Europa è di 92 kg, contro i 33 kg che sarebbero sufficienti per soddisfare il proprio apporto proteico. Gli Usa, carnivori per eccellenza, toccano la punta annuale di ben 120 kg. Bene, gli effetti collaterali di tali eccessi provocherebbero un’azione distruttiva sull’ambiente, a causa dell’alto tasso inquinante di allevamenti intensivi, oltre a generare ingiusta e inutile sofferenza ai poveri e innocenti animali.

Appurato l’aspetto ambientale, rimane l’altro grande demone aborrito dai più fermi sostenitori di una vita senza alcun tipo di cibo di derivazione animale: la natura cancerogena della carne. Se la correlazione positiva fra tumori e dieta a base di carne è confermata da illustrissimi oncologi, è lecito mantenere un briciolo di senso critico e obiettività di fronte a tante e tali certezze. Eliminare radicalmente ogni cibo di derivazione animale potrebbe, a sua volta, produrre effetti collaterali sulla nostra salute. In particolare sui più piccini, talvolta trascinati loro malgrado nel delirio vegano di genitori poco consapevoli e ignari dei rischi legati alle loro scelte. Eppure i veganisti difendono a spada tratta l’idea che si possa avere una alimentazione che, per citare la dottoressa Roberta Bartocci, nutrizionista vegana, “in realtà non toglie nulla, sostituisce e basta con alimenti che hanno tutti i nutrienti necessari per una alimentazione equilibrata”.

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Tutto lecito, grandi ideali e forti convinzioni, lodabili per l’impegno sociale e per la cura del proprio organismo, ma, cari amici e amanti del cibo, siamo veramente sicuri che tutto sia male e che tutto faccia inesorabilmente male? Non desta, in tutto questo clamore, almeno qualche piccolo dubbio, la crescita esponenziale di una (costosissima) nicchia di mercato riservata al mondo vegano? Chi ci garantisce che i surrogati della tanto aborrita carne siano “acqua santa” per la nostra salute? Chi ci assicura che una coppa di panna montata, satura di grassi animali, sia più dannosa di una di panna vegetale, grondante di grassi (magari della peggiore specie) ma rigorosamente vegetali? E come la mettiamo con i pesticidi che contaminano frutta e verdura? Veronesi ha detto che pure la polenta è cancerogena e, insieme al latte, definisce pericolosissimo veleno anche la farina!

Bisognerebbe tornare all’ ‘800, quando si mangiava quel che c’era in modo del tutto naturale, non c’era inquinamento e tanto meno manipolazioni chimiche… Sì, però si moriva a 40 anni, quando oggi, a 60 sei ancora un “ragazzo” pieno di vita… E allora?

I greci avrebbero risposto prontamente che “la misura è la cosa migliore” e di questo io rimango fortemente convinta. Non dimentichiamoci che, in generale, la capacità di un determinato agente di indurre malattie dipende dalla quantità assorbita, oltre che dal tempo di esposizione. Se dovessimo bandire ogni sostanza ritenuta dall’OMS possibile fonte di cancro, dovremmo eliminare anche il caffè e il basilico (vegetali entrambi ndr.) … e non dovremmo mai (dico, mai?!) esporci al sole.

In conclusione, nella diatriba fra vegani militanti e altrettanto appassionati carnivori, alla fine dovrebbe vincere il buon senso. Come in tutte le cose, gli eccessi mostrano presto i loro punti deboli, così come le posizioni troppo estreme.

Se poi ci si sente realizzati nel perseguire una propria filosofia di vita, ben venga la libera scelta, possibilmente nel comune rispetto della libertà di chi la vede diversamente.

Anna Garbin

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