YOUNG, WILD, FREE (and HEALTHY)

Quando un amico è in procinto di partire per gli Stati Uniti, qual è la prima cosa che di getto gli direste? No dai, non intendevo Portami un verdone al tuo rientro! Diciamo la seconda allora. Esatto, come pensavo: Stai attento a non tornare obeso!

Lo stereotipo, purtroppo, non è infondato. L’obesità è una delle più grandi piaghe che ancora oggi infligge la società statunitense. Più di un americano su tre è sovrappeso, mentre 1/9 della popolazione mondiale rischia di morire di fame. La percentuale di obesità varia a seconda della fascia d’età presa in considerazione; Il tasso medio tra gli adulti è il 38 % con un picco del 40% tra i 40 e i 59 anni. Tra gli adolescenti la percentuale è più bassa ma altrettanto preoccupante: 17%.

Non temete, non sono qui per farvi una deprimente lezione su una storia che tutti purtroppo conosciamo, anzi! Vorrei dirvi che la fine non è ancora stata scritta e qualcosa, per fortuna, sta cambiando; nell’ultimo decennio, infatti, nonostante il tasso totale sia rimasto sostanzialmente costante, il livello di obesità infantile negli USA si è quasi dimezzato, passando dal 14% nel 2004 all’8% nel 2014. Un’inversione di tendenza senza precedenti! Il merito è condiviso da diversi fenomeni: L’aumento dei livelli di allattamento con latte materno, la diminuzione dei consumi di bibite gasate e per ultimo, decisamente non per importanza, l’Healthy, Hunger-free Kids Act, varato nel 2010 ed entrato in vigore nel 2012. Il programma, fortemente voluto dalla first lady Michelle Obama e sponsorizzato dalla stessa attraverso la pungente campagna di sensibilizzazione “Let’s move!”, prevede il più significativo cambiamento degli ultimi 15 anni nelle direttive sui pasti serviti dalle mense scolastiche. L’obiettivo è uno, chiaro e semplice: risolvere il problema dell’obesità infantile in una generazione, così che i bambini sani di oggi siano gli adulti sani di domani (chi ha un’infanzia segnata da problemi di sovrappeso è 5 volte più incline ad avere problemi di obesità in età adulta).

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Le nuove normative prevedono la distribuzione di pasti meno calorici ma con più alti valori nutrizionali: meno grassi saturi, meno sodio, raddoppio delle dosi di frutta e verdura e obbligo di cereali integrali. La campagna ovviamente non si limita a dare disposizioni in ambito alimentare ma incoraggia congiuntamente i giovani a fare più attività fisica e più esercizio soprattutto all’aria aperta; una vera rivoluzione per il sistema scolastico americano! E come ogni rivoluzione che si rispetti, gli ostacoli incontrati lungo il cammino non sono pochi: a partire dagli studenti stessi che si sono ritrovati senza la quotidiana porzione di pizza e patatine fritte, per arrivare alle lobby del mercato alimentare che vedono nel cibo servito dalle scuole una mera differenza tra costi e ricavi (pensate che, a causa delle enormi pressioni ricevute, la salsa al pomodoro sulla pizza conta ancora come razione giornaliera di verdura).

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Come qualsiasi tipo di educazione, anche quella alimentare va insegnata sin da bambini, con cura, perseveranza e talvolta anche fatica. Perché un’America che si ritrova oggi con studenti scontenti dei pasti “troppo salutari” e inferociti a suon di un ironico #thankyouMichelleObama, è il risultato di un’America che per anni ha chiuso gli occhi di fronte ad uno dei più pressanti problemi che oggi infligge la società statunitense e mondiale.

Se è vero ciò che scrisse il filosofo Ludwing Feuerbach “Noi siamo quel che mangiamo”, allora avere un’alimentazione sana ed equilibrata è un dovere che ogni adulto deve a se stesso e alle nuove  generazioni che in età infantile non sono ancora in grado di decidere autonomamente. Lasciarli in balia di cibo spazzatura e bibite gasate, vuol dire condannarli ad abitudini alimentari con un potenziale di pericolosità elevatissimo. E’ importante e necessario che l’intera popolazione americana riprenda in mano la propria scala di priorità e si ricordi che la salute fisica e psicologica di una nazione viene di gran lunga prima di qualsiasi interesse economico delle lobby industriali. Senza contare i vantaggi economici di cui gli USA beneficerebbero nel lungo periodo grazie alla riduzione dei costi per la cura dell’obesità in età adulta e degli innumerevoli disturbi legati ad essa (diabete, cancro, depressione, ecc.).

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C’è ancora molto da fare, come ad esempio estendere questi incoraggianti risultati anche nelle classi di popolazione meno agiate che, come è facile immaginare, sono più difficili da raggiungere. I primi passi però sono stati compiuti, ora è necessario perseverare in questa direzione così che il duro lavoro e l’impegno di chi ha portato avanti questa causa non vadano perduti.

È il caso di dirlo dunque, ad alta voce e senza ironia: Thank you Michelle Obama!

 Virginia Arcoraci

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